"Sovente in queste rive, che, desolate, a bruno veste il flutto, e par che ondeggi, seggo la notte; e su la mesta landa in purissimo azzurro veggo dall'alto fiammeggiar le stelle..." (Giacomo Leopardi)

 

 

 

 

 

                                     Rivista di letterature & dintorni

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  SPAZIO FRANCO

 

 Chi scrive

 smantella

 un esilio

 

 Un colloquio

 con la scrittrice

 Simona Lo Iacono

 

a cura di Maria Di Lorenzo

 

 

- Simona, quando ti è nata dentro la passione per la scrittura? Tu a un certo punto hai scelto di dedicarti agli studi di legge e sei ormai da vari anni un magistrato. Esisteva già in te la vocazione a scrivere o essa è venuta col tempo?

 

La vocazione per la scrittura precede di molto quella per il diritto. E’ nata con me, con il mio primo sguardo sul mondo. Mi ha camminato accanto come una farfalla - bozzolo, larva, crisalide. Infine si è aperta ed è sbocciata compiutamente, sovrapponendosi al respiro, al tocco del cuore. Sento che chi scrive smantella un esilio. E che al tempo stesso lo celebra ogni giorno, compiendo - anche - un ritorno.

 

- Raccontami la genesi di questo tuo primo romanzo, “Tu non dici parole”. Come è nato e che lavoro hai dovuto fare per portarlo alla luce e sulla carta?

 

E’ nato sfogliando le “Cronache siciliane” del Natoli, l’autore de “I beati paoli”. Mi sono imbattuta in Francisca e nella sua morte senza difesa. Francisca Spitalieri, infatti, terziaria francescana di Bronte, rinchiusa nelle segrete dell’Inquisizione, ne evase calandosi da una feritoia e morendo durante la fuga per una caduta. Era il 1638. Il processo fu celebrato innanzi al cadavere, post mortem. La sentenza risuonò innanzi a una bocca che non poteva più dire parole. Il rogo fu allestito per un’anima già trapassata. Ecco. Quanta ferocia nei processi già celebrati. E quanta assonanza con quei processi “nascosti” che noi tutti allestiamo nel cuore quando ci ergiamo a giudici, quando stiliamo le nostre valutazioni come un verbale polveroso, quando tuoniamo dalle scranne: “condannato”. C’è una sovrapposizione dolorosa e mai conclusa tra i processi senza difesa e le modalità con cui ci accostiamo al mondo altro, con cui allestiamo roghi, con cui ascoltiamo testi. C’è un’uguaglianza martire e sovrana tra gli imputati senza difesa e le vittime dei nostri pregiudizi.

 

- Nel romanzo il diritto - la giustizia - e la scrittura - cioè le parole - si incontrano e sembrano quasi sfidarsi a duello. Come pensi siano in relazione queste due cose, in altri termini che rapporto c’è, se c’è, tra giustizia e scrittura, verità giuridica e finzione narrativa?

 

Come ti dicevo prima c’è sovrapposizione e commistione. Il romanzo, se corrisponde a una ricerca fedele, se è arte nel senso autentico della parola - se crea cioè per scovare un senso al mistero di esistere - è come un grandioso processo. Romanzo e processo hanno questo in comune: la ricerca della verità. Se in entrambi questa ricerca è affrontata senza velature, con spirito da pionieri e amanti dell’uomo - sia esso stanco, vigoroso, umile, potente, schiavo o padrone - se in entrambi vibra commozione e fantasia, umiltà e desiderio di sottoporsi alla verità, giustizia è fatta. Altrimenti la finzione affiora come artefatta, la verità non è che un ideale puramente formale, bellezza e parola non coincidono. Sono riflessioni che ho inaugurato con questo romanzo dando vita ad una “poetica” del processo, inteso come metafora della vita, ma che - grazie all’intuizione di Massimo Maugeri che mi ha stimolata in tal senso aprendo una rubrica su queste commistioni su “letteratitudine” (letteratura è diritto, letteratura è vita) - continuo ad approfondire giorno dopo giorno, a vivere sotto la toga.

 

- Il personaggio di Francisca, la protagonista del romanzo, è uno dei più belli che abbia mai trovato in letteratura. Ma ad esso si affianca un altro personaggio femminile, Tufania, che non le è certo da meno come spessore e come bellezza interiore. Come sono nati questi personaggi e cosa significano per te? Cosa pensi o vorresti che significassero anche per i lettori e, soprattutto, le lettrici del tuo romanzo?

 

Grazie, davvero, anche io amo molto Tufania. Sia per il nome, proveniente dalle cave di tufo, e che evoca la forza della terra, la pianta che arde dal cuore del suolo, la tenacia della resistenza all’ignoto, sia per la sua personalità di indovina, di fiutatrice di destini, di amante della verità e della giustizia. Se Francisca è nata da un moto di pietà per la sua vita senza difesa - ed è quindi noi quando la vita ci ferisce o ci taglia, noi traditi e confusi, perennemente a ricominciare, ad arrotolarci le maniche per ritrovare la strada - Tufania è la pietà che non si incava in se stessa, che reagisce e trema, che piange le lacrime degli altri, le adempie e le raccoglie. E’ una figura madre e sorella, protettrice come la terra, appunto, ma è anche l’opposizione a qualsiasi destino beffardo o quantomeno il tentativo di arginarlo con ostinazione e forse follia, con fantasia e una incauta passione per l’uomo.

 

- Un occhio al presente: cosa stai scrivendo adesso? Tornerai a scrivere del passato o ti avvicinerai al tempo presente? Il passato - che per inciso hai saputo far rivivere cosi’ bene nel romanzo “Tu non dici parole” - può essere a tuo avviso una efficace chiave di comprensione del tempo presente in cui viviamo?

 

Ho cambiato tempo e ho quindi cambiato voce, ho interpretato e dato fiato a quattro personaggi, ho allestito un altro processo, un’altra aula, un altro imputato. Il passato è sempre una prodigiosa macchina che involve ed evolve il tempo, che lo scaglia avanti e indietro, che dice di oggi ma anche di noi, di ieri e ancora di noi, di noi sempre, perché la storia, e tutte le storie, non sono che la nostra traccia, il nostro dolente passaggio su questa terra. Il nuovo romanzo è ambientato in tempi più recenti, ma penso che tornerò a scrivere del passato perché la distanza che mi separa da tante vite è sublimata dalla nostalgia nel raccoglierle. Ecco, credo che si debba amare la nostalgia, che essa sia valigia e compagna di ogni scrittore, che il viaggio nel tempo sia come un affondo nel cuore e poi nelle negazioni e poi ancora nelle affermazioni di esso. Credo che - alla fine - si scriva per questo. Per rimediare a questa infinita nostalgia.

 

 

 

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n. 3 – anno 2009

 

 

Un magistrato prestato alla letteratura

 

Simona Lo Iacono, nata a Siracusa nel 1970, magistrato da 11 anni,  attualmente dirige la sezione distaccata di Avola,  tribunale di Siracusa. Ha pubblicato racconti e vinto concorsi letterari di poesia e narrativa. Collabora a riviste e magazine. Riunisce in casa propria un salotto letterario ospitando scrittori e artisti. Un suo racconto, “I semi delle fave”, ha vinto il premio edito dal convegno “Scrivere donna 2006″ ed è stato pubblicato da Romeo Editore nella collana “Scripta manent”. Cura una rubrica che riguarda i rapporti tra diritto e letteratura sul blogLetteratitudine” di Massimo Maugeri, scrive recensioni e saggi letterari. Nel 2008 è uscito il suo primo romanzo, Tu non dici parole (Giulio Perrone Editore) con cui ha vinto il Premio Vittorini Opera Prima 2009. In Purissimo Azzurro ha dedicato un ampio servizio al romanzo d’esordio di Simona Lo Iacono: Tu non dici parole. Esso è stato anche oggetto di una interessante conversazione a più voci sul forum letterario Flannery, che si può leggere alla pagina del post a lei dedicato.

 

 

 

Perché scrivono le donne

 

L’atto della scrittura

e l’immaginario femminile secondo Simona Lo Iacono

 

 

Per dimenticare.

Per ricordare.

Per trasfigurare.

Per redimersi.

Per amare.

Per una mancanza.

Per una presenza.

Per un destino sviato.

Per un destino riuscito.

Per lasciare un resto.

Per interpretare un resto.

Per restare nonostante gli addii, per dire addio.

 

Per questo e per molto altro scrivono le donne.

 

O forse scrivono perché la letteratura è sempre uno sguardo complice e straniero sul mondo, sulla sua verità.

 

Fino a che lo interpreta, ne è complice.

 

Quando - interpretandolo - lo conosce, ne rimane esclusa, e non può che brillare di solitudine.

 

E’ come un navigante innamorato perdutamente della terra che solchi gli oceani pur di raggiungerla.

 

Approssimatosi però alla riva - e i barbagli della costa sono ora a un palmo, e le ombre delle montagne tagliano lo sguardo, e le sagome degli alberi trafiggono l’aria già sbattuta dalle ali dei gabbiani - si ferma.

 

La guarda.

 

Sente che abitarla non gliela farebbe più cogliere in quella sua completezza.

 

Che una volta sbarcato non potrebbe più vederla svaporare nell’alba come un gigantesco mostro marino, come una balena che si inabissa e riemerge, lucida non di sale, ma delle lacrime degli uomini che la popolano.

 

E quegli uomini.

 

Li conoscerebbe uno a uno.

O ne perderebbe qualcuno.

 

Non li vedrebbe più muoversi irretiti da intrichi e nodi, rammendati su un immenso ricamo, annodati l’uno all’altro.

 

Così preferisce rimanere a largo, tra il viaggio che ha fatto e quello che deve compiere, intimo ed estraneo, come un eterno viandante.

 

Preferisce ascoltare le voci che il vento gli porta dalla terra.

Trascriverle su un quaderno.

 

Ecco.

 

Nessuno più di una donna che scrive è intimo ed estraneo, come un eterno viandante.

 

Simona Lo Iacono

 

 

 

 

 

"Ora è notte. Oltre la finestra a croce, in purissimo azzurro, oltre un fantastico candido lenzuolo, teso ai fili eterni della Storia implacabile, scorgo, ed è silenzio, ferma la stella e le mura incrollabili di Gerusalemme d'oro..." (Elio Fiore)

 

 

 

Il forum letterario delle donne che scrivono

 

 

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