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- Simona, quando ti è nata
dentro la passione per la scrittura? Tu a un
certo punto hai scelto di dedicarti agli studi di legge e sei ormai da
vari anni un magistrato. Esisteva già in te la vocazione a scrivere o
essa è venuta col tempo?
La vocazione per la scrittura
precede di molto quella per il diritto. E’ nata con me, con il mio primo
sguardo sul mondo. Mi ha camminato accanto come una farfalla - bozzolo,
larva, crisalide. Infine si è aperta ed è sbocciata compiutamente, sovrapponendosi
al respiro, al tocco del cuore. Sento che chi scrive smantella un esilio.
E che al tempo stesso lo celebra ogni giorno, compiendo
- anche - un ritorno.
- Raccontami la genesi di questo
tuo primo romanzo, “Tu non dici parole”. Come è
nato e che lavoro hai dovuto fare per portarlo alla luce e sulla carta?
E’ nato sfogliando le “Cronache
siciliane” del Natoli, l’autore de “I beati paoli”. Mi sono imbattuta in Francisca
e nella sua morte senza difesa. Francisca Spitalieri, infatti, terziaria francescana di Bronte, rinchiusa nelle segrete dell’Inquisizione, ne evase calandosi da una feritoia e morendo durante
la fuga per una caduta. Era il 1638. Il processo fu celebrato innanzi al
cadavere, post mortem. La sentenza risuonò
innanzi a una bocca che non poteva più dire
parole. Il rogo fu allestito per un’anima già trapassata. Ecco. Quanta
ferocia nei processi già celebrati. E quanta assonanza con quei processi
“nascosti” che noi tutti allestiamo nel cuore quando
ci ergiamo a giudici, quando stiliamo le nostre valutazioni come un
verbale polveroso, quando tuoniamo dalle scranne: “condannato”. C’è una
sovrapposizione dolorosa e mai conclusa tra i processi senza difesa e le
modalità con cui ci accostiamo al mondo altro,
con cui allestiamo roghi, con cui ascoltiamo testi. C’è un’uguaglianza
martire e sovrana tra gli imputati senza difesa e le vittime dei nostri
pregiudizi.
- Nel romanzo il diritto - la
giustizia - e la scrittura - cioè le parole - si
incontrano e sembrano quasi sfidarsi a duello. Come pensi siano in
relazione queste due cose, in altri termini che rapporto c’è, se c’è, tra
giustizia e scrittura, verità giuridica e finzione narrativa?
Come ti dicevo
prima c’è sovrapposizione e commistione. Il romanzo, se
corrisponde a una ricerca fedele, se è arte nel
senso autentico della parola - se crea cioè per scovare un senso al
mistero di esistere - è come un grandioso processo. Romanzo e processo
hanno questo in comune: la ricerca della verità. Se
in entrambi questa ricerca è affrontata senza velature, con spirito da
pionieri e amanti dell’uomo - sia esso stanco, vigoroso, umile, potente,
schiavo o padrone - se in entrambi vibra commozione e fantasia, umiltà e
desiderio di sottoporsi alla verità, giustizia è fatta. Altrimenti la
finzione affiora come artefatta, la verità non è che
un ideale puramente formale, bellezza e parola non coincidono. Sono
riflessioni che ho inaugurato con questo romanzo dando vita ad una
“poetica” del processo, inteso come metafora della vita, ma che - grazie
all’intuizione di Massimo Maugeri che mi ha stimolata in tal senso aprendo una rubrica su queste
commistioni su “letteratitudine” (letteratura è
diritto, letteratura è vita) - continuo ad approfondire giorno dopo
giorno, a vivere sotto la toga.
- Il personaggio di Francisca, la protagonista del romanzo, è uno dei più
belli che abbia mai trovato in letteratura. Ma ad esso
si affianca un altro personaggio femminile, Tufania,
che non le è certo da meno come spessore e come bellezza interiore. Come
sono nati questi personaggi e cosa significano per te? Cosa
pensi o vorresti che significassero anche per i lettori e, soprattutto,
le lettrici del tuo romanzo?
Grazie, davvero, anche io amo
molto Tufania. Sia per il nome, proveniente
dalle cave di tufo, e che evoca la forza della terra, la pianta che arde
dal cuore del suolo, la tenacia della resistenza all’ignoto, sia per la
sua personalità di indovina, di fiutatrice di destini, di amante della verità e della
giustizia. Se Francisca è nata da un moto di
pietà per la sua vita senza difesa - ed è quindi noi
quando la vita ci ferisce o ci taglia, noi traditi e confusi,
perennemente a ricominciare, ad arrotolarci le maniche per ritrovare la
strada - Tufania è la pietà che non si incava
in se stessa, che reagisce e trema, che piange le lacrime degli altri, le
adempie e le raccoglie. E’ una figura madre e sorella, protettrice come
la terra, appunto, ma è anche l’opposizione a qualsiasi destino beffardo
o quantomeno il tentativo di arginarlo con ostinazione e forse follia,
con fantasia e una incauta passione per l’uomo.
- Un occhio al presente: cosa
stai scrivendo adesso? Tornerai a scrivere del passato o ti avvicinerai
al tempo presente? Il passato - che per inciso hai saputo far rivivere cosi’ bene nel romanzo “Tu non dici parole” - può
essere a tuo avviso una efficace chiave di
comprensione del tempo presente in cui viviamo?
Ho cambiato tempo e ho quindi cambiato voce, ho interpretato e dato fiato a quattro
personaggi, ho allestito un altro processo, un’altra aula, un altro
imputato. Il passato è sempre una prodigiosa macchina che involve ed evolve il tempo, che lo scaglia avanti e
indietro, che dice di oggi ma anche di noi, di
ieri e ancora di noi, di noi sempre, perché la storia, e tutte le storie,
non sono che la nostra traccia, il nostro dolente passaggio su questa
terra. Il nuovo romanzo è ambientato in tempi più recenti, ma penso che
tornerò a scrivere del passato perché la distanza che mi separa da tante
vite è sublimata dalla nostalgia nel raccoglierle. Ecco, credo che si
debba amare la nostalgia, che essa sia valigia e compagna di ogni scrittore, che il viaggio nel tempo sia come
un affondo nel cuore e poi nelle negazioni e poi ancora nelle
affermazioni di esso. Credo che - alla fine - si scriva per questo. Per
rimediare a questa infinita nostalgia.
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