"Sovente in queste rive, che, desolate, a bruno veste il flutto, e par che ondeggi, seggo la notte; e su la mesta landa in purissimo azzurro veggo dall'alto fiammeggiar le stelle..." (Giacomo Leopardi)

 

 

 

 

 

                                     Rivista di letterature & dintorni

                            fondata e diretta da Maria Di Lorenzo

 

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Letture & Riletture                         

a cura di Maria Di Lorenzo 

 

 

 

ORFANA DI MIA FIGLIA

 

Morena Fanti

 

 [Il pozzo di Giacobbe - 2007]

 

 

“Il freddo non ci abbandona quest’anno. Un inverno così gelido e prolungato come questo, era da anni che non si presentava. Molte piante cui volevo bene si sono gelate e, forse, non si riprenderanno più. La casa si è riempita di crepe, a causa della troppa siccità, dicono. Provo quasi un po’ di soddisfazione per tutte queste cose. Le sento giuste, perché si abbinano perfettamente al mio stato d’animo. Anche le cose inanimate si rivoltano per quello che provo. Sono solidali con il mio dolore…”.

Quando muore un figlio la vita si ferma. E tutto si frantuma in quell’attimo che sembra moltiplicare all’infinito il dolore, senza vie di uscita. Le vittime della strada ogni anno in Italia sono migliaia e migliaia, dolenti statistiche il cui contatore si incrementa spietatamente ogni giorno, dietro il quale, però, non ci sono freddi numeri ma persone in carne e ossa: padri, madri, fratelli o figli. Che soffrono e si disperano, spesso senza voce.

Federica, la figlia di Morena Fanti, è una di queste vittime della strada: viene falciata via a 24 anni, il 2 ottobre 2001, a un mese soltanto dalla laurea. È l’unica figlia di Morena e per quest’ultima, da quel giorno, non ci sarà più la vita che conduceva “prima”, ma un “dopo” fatto di lacerazione e di dolore che frantuma tutta la sua esistenza, irrimediabilmente.

Così nasce questo diario, questo singolare “compagno di viaggio” per un anno intero, il primo anno senza Federica, e con esso nasce anche la scrittura di Morena Fanti, che non scivola mai nel lamento, ma con tocco potente e al tempo stesso lieve, come il respiro di un vetro soffiato, sa scavare nel cuore e nella mente di un io che, da personale, si fa dolorosamente collettivo.

Orfana di mia figlia (Il Pozzo di Giacobbe, 2007), il diario-testimonianza di Morena Fanti, non è un monologo, non uno sterile autoarrovellarsi sulle proprie disgrazie, ma al contrario assume fin dalle prime battute la dimensione del dialogo, franco e coinvolgente, con il lettore, anche lui partecipe, “abitante” di questa storia da lei raccontata, che forse ha già dovuto vivere sulla propria pelle, o che sente potrebbe vivere un giorno, giacché a nessuno è permesso in anticipo di sottoscrivere un patto di favore col fato.

Una vicenda, la sua, che purtroppo è comune oggidì a tante persone, ma la sua esperienza di dolore, il suo lutto elaborato in strategie di sopravvivenza, si trasforma in letteratura nell’istante in cui assurge a valore universale, uscendo dagli angusti confini dell’autobiografismo.

È un libro da leggere, da meditare, per imparare la difficile arte di sopravvivere. Si badi bene, non per vivacchiare stancamente, in balia della propria sofferenza o della rabbia sterile, ma per vivere, nonostante tutto vivere, al di sopra dei drammi e delle sofferenze della vita, con leggerezza profonda e con pensosa speranza.

 

 

 

 

QUELLI CHE C’ERANO

 

Delia Morea

 

[Avagliano Editore – Roma 2007]

 

 

Ischia, 1969. In una estate assolata, mentre gli americani sbarcano sulla luna per i famosi “quattro passi” e gli idoli canori italiani come Lucio Battisti e Mina vivono le migliori affermazioni, si consuma la prima parte del romanzo Quelli che c’erano. Vania, la protagonista della storia, è una giovane diciassettenne che vive il rituale di vacanze spensierate, “dorate”, pregne di accadimenti futili che all’improvviso le cambiano la vita. La scoperta del primo amore, la delusione che ne consegue, e l’incontro fondamentale con un ragazzo che viene da lontano chiamato Gabriel, fanno emergere tutto il malessere di una giovinezza che interiormente sente la necessità di essere diversa, mentre la Storia sta cambiando e i favolosi anni Sessanta cedono il passo agli Anni di piombo. Quell’estate resterà impressa nella mente di Vania per sempre.

Ischia, 1989. Sono trascorsi vent’anni, e Vania ritorna all’isola con un passato di dolori e amarezze alle spalle. In questa seconda parte la protagonista desidera cancellare definitivamente il passato, le memorie, sciogliere i lacci che la legano a Ischia. Però voci e volti ritornano, in ricordi talvolta sommessi e dolorosi. Alcune persone sono scomparse, come Gabriel, l’amico che rappresenta la coscienza, l’idealità; altre ritornano e l’accompagnano in un viaggio ideale all’interno di sé. Romanzo di formazione nella prima parte, e di memoria nella seconda, Quelli che c’erano vuole raccontare una storia all’ombra della Storia, come accade sempre nella vita.

Un’esordio narrativo perfettamente riuscito quello di Delia Morea, che nel suo primo romanzo Quelli che c’erano ci regala una storia fluida e intensa, vividamente raccontata dalla sua penna e dalla sua sensibilità di donna. Un romanzo scorrevole nello stile e nella lingua, ma denso di profondi significati, allusivo ma non reticente, evocativo ma non nostalgico. Quelli che c’erano è il romanzo di una generazione, quella che sbrigativamente si definisce oggi dei sessantottini, ma raccontato nella filigrana sentimentale più intima - fuori dai clamori della grande Storia -  che era poi quella destinata a rimanere indelebilmente nel cuore dei vecchi ragazzi di allora. Quando si era felici e non si sapeva neppure di esserlo, quando si credeva di avere un futuro emozionante e impegnato davanti per cambiare il mondo.

Ma ecco che tutto passa e niente sarà come prima. La vita va avanti, e il tempo non si innamora mai due volte della stessa persona. Il passato non ritorna. "Non vivremo sempre in una eterna vacanza, protetti dal ventre caldo di una falsa beatitudine", dice la protagonista. Dubbi, illusioni, disincanto. L’autrice è molto brava nel tratteggiare i molteplici stati d’animo ("in bilico tra burrasca e sereno, felicità e dolore") che innervano tutto il racconto, imprimendogli il segno di una tensione morale sempre sottesa agli eventi messi in scena.

 

I personaggi della storia sono tutti assai ben delineati, disegnati anzi con grande precisione e finezza e ciascun lettore vi può ritrovare delle parti, magari nascoste, di sé. Soprattutto il personaggio di Vania, la protagonista del romanzo, una donna ribelle e appassionata, fragile e forte, in cui molte donne potranno riconoscersi, con i loro sogni e i loro fallimenti. I dialoghi del romanzo, altro suo innegabile punto di forza, sono vivaci e ben costruiti, articolati in modo disinvolto e sapiente sulla pagina, che denotano le indubbie qualità narrative della scrittrice napoletana e la sua grande familiarità con la drammaturgia. Per restituirci alla fine il senso di una iniziazione alla vita che si fa inquieta trasparenza nella dizione imperfetta della memoria.

 

DELIA MOREA, nata a Napoli nel 1952, è giornalista pubblicista e ha collaborato con svariate testate giornalistiche, specializzandosi in critica teatrale. Ha scritto diversi saggi tra cui: Vittorio De Sica. L’uomo, l’attore, il regista (Newton & Compton). Ha scritto e messo in scena il monologo Mi chiamo E. e ideato la piéce Tracce di filo spinato nel cuore. Ha vinto ex equo la II edizione (2002) del Premio di narrativa “Anna Maria Ortese” con il racconto Ombroso Raggio pubblicato nell’antologia Le Notti (Empirìa, 2003). È stata finalista dell’edizione 2004 del Premio “Napoli Drammaturgia Festival” con il monologo La moglie. Quelli che c’erano è il suo primo romanzo.                                                   

 

 

 

IN UNA LINGUA CHE NON SO PIU’ DIRE

 

Tea Ranno

 

[Edizioni e/o – Roma 2007]

 

 

“Ci sono parole che quando vengono dette scolpiscono un destino”. Lo scrive Tea Ranno nel suo secondo romanzo, “In una lingua che non so più dire”, e sono parole, queste, che valgono non solo all’interno della storia che lei racconta, ma che delineano anche il suo stesso destino di scrittrice, imprimendogli un segno potente. Perché Tea Ranno è una scrittrice di razza, perché narrare è il suo destino. Un destino particolare, se non fosse che ogni giorno dai “pulpiti” della letteratura ci si affanna a parlare di quel “caro estinto” che è diventato il romanzo italiano, tenuto in vita artificialmente con il valzer dei convegni e dei premi autoreferenziali, in un clima desolatamente asfittico e provinciale negli esiti come nei contenuti. Succede però che quando uno si convince che sì, ormai non c’è più nulla da fare attorno al “paziente” moribondo, se non forse “staccargli la spina” della considerazione critica, succede allora di imbattersi in un libro che rimette in discussione tutto ed apre nuovi scenari di speranza per le patrie lettere. Perché il romanzo che la Ranno ha appena dato alle stampe è un grande romanzo italiano.

Ma cominciamo dal principio, vale a dire dalla trama. Andrea è un magistrato sessantenne che da oltre quarant’anni vive a Milano, dove si é costruito una solida vita borghese. Partito dalla Sicilia per studiare e farsi una posizione, non vi ha fatto più ritorno. C’è però come un rimpianto che gli corrode il cuore, il “timore di aver tradito il meglio di sé”, di “essersi omologato alla nebbia, l’aver disatteso il sole e i suoi barbagli”. C’è un’assenza indecifrabile che a volte assume le sembianze di Teresa, una ragazza della quale si era innamorato poco prima di partire e a cui non si è mai dichiarato. Farlo avrebbe significato non partire più, rimanere nell’isola amata-odiata, e lui “non aveva voluto sporcarsi le mani” restando in Sicilia. Meglio la libertà, si era detto, spezzare di netto il cordone ombelicale e volare via. Al nord, in Continente.

Durante gli anni milanesi ha spesso pensato a Teresa, immaginando per lei una vita più o meno simile alla sua: laurea, matrimonio, figli. E siccome gli avevano detto che forse si era fidanzata con un inglese, fantasticando l’aveva collocata in una Londra nebbiosa e pettegola. Ma “negli anni, qualcosa di aspro e di ansioso s'era incistato nella sua vita, una scontentezza che procedeva di pari passo con l'età”. Anni di fantasie e di silenzi, di successi professionali e di disincanti. Un matrimonio borghese che lo disillude subito, distrazioni sentimentali che di volta in volta gli lasciano solo l’amaro in bocca, una vita sbagliata, la sua, murata nel cemento quotidiano della indifferenza. C’è una menzogna all’origine di tutto che sarà poi il fondamento di altre menzogne. E di menzogna in menzogna la vita del giudice va avanti, falsa “come può essere falso un set cinematografico in cui si ubbidisce a un copione che mette in scena la vita”.

Ma alla fine succede che si torna sempre dove si è nati ed il mondo che Andrea ha abbandonato da ragazzo continua insistentemente a chiamarlo anche nelle brume milanesi: sono le voci di Teresa e del nonno balbuziente, le filastrocche dei ragazzi, i richiami dei pescatori, il lungo lamento del venditore di sale. Voci che ritornano dalle plaghe remote della memoria e si trasformano in rimpianto, straziato dolore del ritorno. Un grumo di desiderio dentro cui, a poco a poco, inavvertitamente, si coagula l'itinerario di un'anima divisa in due. Così un giorno, sopraffatto dalla nostalgia, il giudice Andrea Gurrieri - che tanti meriti ha acquisito nel combattere l’eversione degli anni di piombo - compie a ritroso il suo viaggio dal Continente alla Sicilia, quella Sicilia che da sempre “gli pulsava nel sangue come un codice primordiale”. Ma è un ritorno aspro, il suo, e senza sconti. Perché i conti nella vita si fanno con la realtà, non con i sogni, ed Andrea dovrà guardare faccia a faccia tutta la crudeltà della vita per conoscere alla fine una verità, spaventosa e straziante, che non avrebbe mai voluto sapere.

La macchina narrativa si muove su ingranaggi perfettamente oliati e la lettura del romanzo si presenta incalzante, senza respiro, con un grado di coinvolgimento così potente da non consentire pause. Colpisce la grande capacita dell'autrice di scavare nell'animo dei suoi personaggi, la sua cura minuziosa nel rilevare tutte le sfumature del loro carattere, e poi soprattutto il suo linguaggio potente, ricco di vibrazioni interiori, per cui addentrandosi nelle pagine si è come risucchiati dalla vertigine delle parole, dentro il flusso di coscienza del protagonista messo in scena da una terza persona immersa che ci restituisce un punto di vista maschile difficile da rappresentare e al contrario reso con grande maestria narrativa e straordinaria intensità emotiva dalla scrittrice.

“In una lingua che non so più dire” è il racconto di un’ossessione che si fa trappola nell’affilata durezza del ricordo, quando la memoria si scontra con il presente e il deragliamento emotivo lascia soltanto cenere nel cuore e un grido nella mente, disarticolato e muto. Perché c’è una lingua che Andrea, il protagonista, ormai non sa più parlare e tale consapevolezza conduce infine all’afasia, alla coscienza dolorosa dello scacco, in un ritorno che non riuscirà mai veramente a compiersi se non attraverso la morte e la fine di tutto.

Tea Ranno, nata a Melilli (SR) nel 1963 e da anni residente a Roma, laureata in giurisprudenza, ha esordito nel 2006 con “Cenere” (edito sempre da E/O), un romanzo di grande spessore, ambientato nel Seicento, al tempo della Santa Inquisizione. Dopo poco più di un anno esce questa nuova opera narrativa in cui si conferma scrittrice di rango, capace di coltivare la scrittura come una “stanza segreta” in un modo che oggi veramente pochi conoscono. Una scrittura ipnotica, e al tempo stesso molto aderente alle cose, con un dettato denso e straordinariamente ricco di immagini, di colori e di suoni, in cui si riverbera in filigrana anche una forte, ineludibile tensione morale.

 

 

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n. 3 – anno 2009

 

LIBRI RICEVUTI

 

Si ringraziano sentitamente gli editori, gli uffici stampa e i singoli autori per i volumi gentilmente inviati alla redazione di In Purissimo Azzurro.

Queste in ordine alfabetico le opere pervenute:

Agiografie floreali di Rosa Elisa Giangoia (Le Mani)

Allo specchio e altri racconti di Laura Badaracchi (Infinito Edizioni)

Altri trucchi d’autore di Mariano Sabatini (Nutrimenti)

Aprire il libro. Esercizi di lettura comparata di Rinaldo Rinaldi (Marietti 1820)

Assoluzione di Antonio Monda (Mondadori)

Biancaneve e i suoi fratelli di Gianni Maritati (Gremese)

Canti di settembre di Salvatore Di Marco (Autori Riuniti)

Cento monologhi ben pronunciati di Corrado Veneziano (Gremese)

Colori spezzati di Michele Zackheim (edizioni e/o)

Come un killer sotto il sole. Bruce Springsteen. Il grande romanzo americano (1972-2007) a cura di Leonardo Colombari (Sironi Editore)

Condominio occidentale di Paola Musa (Salerno Editrice)

Congiunzioni di Maura Del Serra (Petite Plaisance)

Con la croce sul cuore – Edith Stein di Maria Di Lorenzo (Edizioni dell’Immacolata)

Con l’infinito nel cuore di Carlo Bortolozzo (Itaca)

Divisadero di Michael Ondaatje (Garzanti)

È sempre il mattino di Alfredo Contran (Rigoni)

Il canto dell’upupa di Roberto Mistretta (Cairo Editore)

Il cappotto di Proust di Lorenza Foschini (Portaparole)

Il destino immobile di Leela Marampudi (Fara Editore)

Il miraggio di Paganini di Rosa Elisa Giangoia (Ibiskos Editrice)

Il respiro dell’ametista di Nicoletta Di Gregorio (Edizioni Tracce)

Il resto a voce di Colomba Di Pasquale (Fara Editore)

Il settimo velo di Juan Manuel de Prada (Longanesi)

Il vento racconta di Alessandra Corsini (Graphe.it Edizioni)

In una lingua che non so più dire di Tea Ranno (edizioni e/o)

La città dei ragazzi di Eraldo Affinati (Mondadori)

La culla di Dioniso. Storie musicali del passato prossimo di Francesco Giardinazzo (Marietti 1820)

La mossa del matto affogato di Roberto Alajmo (Mondadori)

La mummiona e altre storie di Nicoletta Santini (Prospettiva Editrice)

La paglia di Van Gogh di Roberto Mussapi (Marietti 1820)

La poesia racconta a cura di Alessandro Ramberti (Fara editore)

La riviera del sangue di Alessandro Rivali (Fara Editore)

La sera si fa sera di Maria Di Lorenzo (Edizioni Tracce)

La strada delle campane di Salvatore Di Marco (La Ciambrina)

La strana giornata di Alexandre Dumas di Rita Charbonnier (Piemme)

L’equilibrio degli squali di Caterina Bonvicini (Garzanti)

L’estate muore di Leopoldo Carra (Ponte alle Grazie)

L’inchino del predone di Marina Pizzi (Blu di Prussia)

Li palori dintra di Salvatore Di Marco (La Centona)

“Lo cerco dappertutto”. Cristo nei film di Pasolini di Gabriella Pozzetto (Ancora)

L’ombra di Salvo Zappulla (Prova d’autore)

Lo sciopero dei pesci di Salvo Zappulla (Il Pozzo di Giacobbe)

L’uccellino della radio di Vittorio Orsenigo (Gaffi)

Ma il cielo ci cattura di Ardea Montebelli (Fara Editore)

Mestieri di scrittori di Daria Galateria (Sellerio)

Metamorfosi del silenci di Pietro Civitareale (Jardins de Samarcanda)

Morgana di Turi Vasile (Avagliano Editore)

Narnia e oltre. I romanzi di C.S. Lewis di Thomas Howard (Marietti 1820)

Nasconditi dentro il mio cuore di Maria Di Lorenzo (Edizioni dell’Immacolata)

Nuovi cieli, nuovissime carte di Paolo Di Paolo (Empiria Edizioni)

Orfana di mia figlia di Morena Fanti (Il Pozzo di Giacobbe)

Per più vedere di Elio Andriuoli (Genesi Editrice)

Poeti cristiani del Novecento di Pasquale Maffeo (Edizioni Ares)

Presto ti sveglierai di Francesco Costa (Salani Editore)

Quelli che c’erano di Delia Morea (Avagliano Editore)

Questa lontananza così vicina di Paolo Di Paolo (Giulio Perrone Editore)

Raccontami la notte in cui sono nato di Paolo Di Paolo (Giulio Perrone Editore)

Rosario Livatino. Martire della giustizia di Maria Di Lorenzo (Paoline)

Rosmini e Rebora di Mario Pangallo (Fede & Cultura)

Se non si muore di Franco Casadei (Ibiskos Editrice Risolo)

Senza fiato. Poesie e testimonianze a cura di Guido Passini (Fara Editore)

Senzaterra di Evelina Santangelo (Einaudi)

Sui passi per non rimanere di Alessandro Assiri e Chiara De Luca (Fara Editore)

Teresina è uscita dal gruppo di Maria Di Lorenzo (Paoline)

The lamb di Lorenzo Barbagli (Edizioni Segno)

Trucchi d’autore di Mariano Sabatini (Nutrimenti)

Tu non dici parole di Simona Lo Iacono (Giulio Perrone Editore)

Un seme in una serra di fiori di Giuseppe Angeli (Lalli)

Vangelo e letteratura di Giovanni Casoli (Città Nuova)

Vecchie storie di Pietro Civitareale (Edizioni Noubs)

 

 

 

 

"Ora è notte. Oltre la finestra a croce, in purissimo azzurro, oltre un fantastico candido lenzuolo, teso ai fili eterni della Storia implacabile, scorgo, ed è silenzio, ferma la stella e le mura incrollabili di Gerusalemme d'oro..." (Elio Fiore)

 

 

 

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