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L’ESORDIO
EDITORIALE
DI SIMONA LO IACONO

[Giulio Perrone Editore, Roma 2008]
Simona Lo Iacono, nata a Siracusa nel 1970, magistrato da 11
anni, attualmente
dirige la sezione distaccata di Avola, tribunale di Siracusa. Ha pubblicato
racconti e vinto concorsi letterari di poesia e narrativa. Collabora a
riviste e magazine. Riunisce in casa propria un salotto letterario
ospitando scrittori e artisti. Un suo racconto, “I semi delle fave”, ha
vinto il premio edito dal convegno “Scrivere donna 2006″
ed è stato pubblicato da Romeo Editore nella collana “Scripta
manent”. Cura una rubrica che riguarda i rapporti
tra diritto e letteratura sul blog “Letteratitudine” di Massimo Maugeri,
scrive recensioni e saggi letterari. Tu non dici parole è il suo primo romanzo.
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La
scheda critica del romanzo
a cura di Salvo Zappulla
La Lo Iacono affronta i grandi temi della vita, della morte,
dell’amore. La spiritualità, la fede, il bene e il male. Siamo in Sicilia, nel 1638, a Bronte. La plebe deve difendersi dalle carestie,
dall’ignoranza dalla fame e, per ultima, dal clero che sull’ignoranza del
popolo edifica il proprio potere.
Suor Francisca Spitalieri coltiva la sua unica ricchezza: le parole belle. Le cerca, le trova, le ruba, le regala per lenire
sofferenze, per insegnare alla gente a difendersi dai soprusi. Le parole
sono temute dai potenti, sono portatrici di un mistero arcano, sono magia e
incanto, bestemmia e purezza. Chi non ne sa fare uso le combatte. E l’arcivescovo Angimbè per sbarazzarsi di Francisca
la condanna al rogo.
La Lo Iacono utilizza questa metafora per lanciare un messaggio, sembra voglia
ricordarci che la comunicazione è la condizione primaria dell’essere umano.
I pensatori danno fastidio ai potenti. Le opere di Pitagora furono bruciate
ad Atene, nel lontano 411 A.C.
Il primo imperatore Cha Huang-ti ordinò la
distruzione di tutti i libri esistenti in Cina; così come i nazisti
bruciarono i libri contrari allo spirito germanico. L’imperatore Caligola condannò al rogo i libri di Omero
e Virgilio. Diocleziano fece bruciare tutti i libri dei cristiani.
“Tu non dici parole” è un romanzo sospeso tra misticismo e
superstizione, tra reale e fantastico, tra verità e leggenda, tra
mistero ed esoterismo, che attrae nel suo vortice
lento ed ammaliante. Il clima sospeso e rarefatto, impregnato di mistero,
il ritmo incantatorio, una scrittura
lirica e visionaria di presa immediata, che incide nell’animo dei
lettori, lo stile personalissimo e inconfondibile, ne fanno il prezioso
atto di battesimo di una scrittrice destinata a far parlare di sè.
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L’incipit dell’opera
…Sei riarsa come il mare,
come un frutto di scoglio,
e non dici parole…
(C. Pavese, La terra e la morte)
A mio figlio Nanni, quando mi dice devo dirti.
È notte di ricordi.
L’ho capito da come mi hai detto devo dirti
una cosa, da come ti sei chinato a bisbigliarmi all’orecchio devo dirti,
devo dirti, devo dirti.
Come, devo dirti? Hai sempre detto devo
raccontarti.
Ma questa volta devo dirti. E hai mozzato la frase come a lasciarmi il tempo di
capire che se non devi raccontare, stavolta è la verità.
Allora – ho detto – non userai
parole. Userai silenzi.
Sì, silenzi. Perché le parole sono
solo per la fantasia.
*
PROLOGO: Bronte, un giorno
del secolo decimo settimo. Poche ore all’equinozio di primavera.
Festa grande, annuncia il messo della Santissima Inquisizione,
con fuoco di rogo, et parata di vescovi e della nobiltade tutta, sua eccellenza il duca di Terranova e
le sue eccellenze i principi di Trabia e Roccafiorita. E con
la partecipazione eccezionale et straordinaria di
sua signoria il viceré don Pietro Foxardo y Zuniga y Requesenz marchese
de Los Velez che leggerà pubblica sentenza di
morte della maliarda suor Francisca Spitalieri, rea di commercio col demonio et di arti magare
et di vita empissima.
Così annuncia il messo, e la sua voce stamani si intreccia con urla di mercato, coll’andirivieni
della folla scesa dalle pendici dell’Etna per comprare formaggio e frumento
o vendere vacche e galline.
Un ululato. Che quasi rintrona la città e l’avvolge di
richiami, mentre i bambini si stringono a frotte intorno all’urlatore e lo
accerchiano di domande, che fu, e quannu abbrucerà ‘u rogu, e chi fici ‘a suora Francisca, e che, veramente ci sarà sua ‘ccillenza ‘u viceré?
Ma Tufania non sta a sentire. Ha fretta. Scende le scale, Tufania, a due a due a tre a tre e poi a quattro. Non
sente i rulli di tamburo che accompagnano la condanna di suor Francisca Spitalieri, né gli
sfoghi di campane che fendono l’aria a morto. Attraversa corridoi, cunicoli
di ombre che conosce come la sua anima e in cui
s’infila quasi fosse una serpe.
È mattino inoltrato, e tra le foschie di questo cielo
invernale pochi raggi preannunciano un’afa precoce. Mancano poche ore
all’equinozio di primavera.
Oltre le mura del paese, oltre le urla degli inquisitori,
oltre il chiacchiericcio della fiera, Tufania
svicola, corre, cade. Poi si rialza e solleva lo sguardo. Ed ecco. Lo vede. È là, sull’uscio della chiesa madre.
Dev’essere lui. O, almeno, così le ha detto suor Francisca.
Copyright © Simona Lo Iacono
[Tu non dici parole, Giulio Perrone Editore,
Roma 2008]
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IL CONTESTO STORICO
Chi era Suor Francisca Spitalieri?
Suor Francesca Spitalieri (Bonina o Bertino) dell’Ordine delle Terziarie di S. Francesco, è veramente esistita. Di elevata cultura, scrisse opere religiose ed ebbe fama
di santità; si diceva che avesse ricevuto le stigmate di Cristo e che
parlasse con Dio e con gli angeli.
Accusata di eresia fu denunziata al Santo Uffizio e nel 1621 ebbe una prima
condanna. Per sfuggire al rogo, abiurò e fu mandata per sette anni a
servire in un ospedale. Ma non bastò. In seguito,
ritenuta eretica impenitente, fu sottoposta a un
nuovo processo e imprigionata a Palermo.
Cercò di salvarsi evadendo dal carcere e una notte del
settembre del 1640 si calò giù con una corda, fatta con la lana del suo
materasso. La fune si spezzò e la povera suora trovò una crudele fine stramazzando a terra. Nonostante
la morte, subì lo stesso il processo; furono confiscati i suoi beni,
condannata la sua memoria e bruciati il suo corpo ed i suoi scritti. Si ignora da chi e perché l’innocua suorina
di Bronte fosse ritenuta pericolosa al punto di
subire una persecuzione così accanita e violenta, tanto lunga (19 anni) ed
una fine tanto atroce.
Così ne parla il Radice nelle sue Memorie Storiche di Bronte:
«Pietoso è il caso di
una povera monachella brontese,
dichiarata eretica (1621-1640) e morta, di caduta, dall’alto, per fuggire
il rogo, al quale era stata condannata. La memoria di lei si è perduta fra di noi, essendo
severamente proibito dal S. Ufficio fare il nome degli eretici, per
spegnere anche il ricordo. Questa fu suora
Francesca Spitaleri Bertino, dell’Ordine delle Terziarie
di S. Francesco, che al dotto La Mantia sembrò
un’antenata del filosofo Nicolò Spitaleri; ma
mancando la paternità riesce difficile determinarlo, essendo molto estesa
la famiglia degli Spitaleri in Bronte. Fu donna d’ingegno; dovette avere a maestri i
frati Minori Osservanti di S. Francesco; scrisse opere religiose, andate
smarrite; ma male gliene incolse e per saper di lettere e di religione e
più per il farneticare suo intorno a Dio e agli Angeli, coi
quali, diceva, avere frequenti colloqui, e come il Cristo, piaghe al
costato e ai piedi.„
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TU NON DICI
PAROLE
Parte prima: solstizio d’estate
Nei
pressi di Bronte, un anno prima
La parola – disse Gorgia asciugandosi con una pezzuola
bianca il sudore della fronte – è un grande
dominatore che con minimo e invisibile corpo divine gesta sa compiere:
calmare la paura, togliere la pena, suscitare la gioia, crescere la pietà… (Gesualdo Bufalino, L’uomo invaso)
Capitolo primo
Francisca
Francisca prende
l’acqua dal pozzo. Si sporge all’interno come a volercisi
nascondere, facendo sgrondare dentro le sue lacrime.
Al pozzo l’ha mandata la madre superiora. Per
punizione, perché stamane Francisca
le ha rubato il breviario.
E’ profondo il pozzo. Una fenditura,
quasi, che spacca la roccia a metà e riflette un’immagine lontanissima che
dall’alto si stenta a riconoscere. Ma Francisca ha imparato ad aspettare.
Sa bene che tra qualche minuto, quando l’acqua intorbidata
dal secchio tornerà stagnante, la sua ombra balzerà dal buio, e che nel
pozzo lei ci si potrà specchiare, finalmente, neri e arruffati i capelli e
pieni i seni, straripanti sul corpo magro.
E, anzi, colla sua
immagine, stamattina, Francisca ci vuole parlare,
ridere, sbraitare. Un colloquio che pare non avere fine, e come fu che la
reverendissima ti scoprì - capra che sei, Francisca?
E come fu che non t’insegnai niente in tutti
questi anni, a nasconderti come un conigghiu
nella tana?
Ma poi scrolla le spalle e
dice: nun m’importa. Non le importa della
punizione. Né della reverendissima madre suor Addolorata del Sacro Cuore - ‘u diavoli c’abbrusci ‘u culu all’infernu. Le importa
solo di essersi potuta rimirare nel pozzo e -
soprattutto - le importa di averle rubato il breviario.
Non tutto, purtroppo, ché la
sventura, ultimamente, pare perseguitarla. E le si
accovaccia dietro, la sventura, o le rotola a fianco ovunque vada,
su, per le scale della cappella oppure nelle stanze private della
reverendissima. Stanze segrete, lo sa bene Francisca
che nessuno dovrebbe entrarci e men che meno lei,
malaugurata e ladra. Ma tant’è.
La foga di rubarle il breviario s’è fatta troppo angariosa,
stamattina, e Francisca l’ha dovuta ascoltare.
D’altra parte ha preso solo qualche pagina, scelta nella fretta della fuga
e infilata di soppiatto sotto l’inginocchiatoio.
Per questo piange.
Più tardi, quando il buio scenderà sulla santissima casa del
buon fanciullo - anche detta ruota degli esposti -
Francisca tornerà a prenderle, le pagine,
ripiegandole con cura nel petto e unendole alle altre.
Con queste sono cento parole. Tutte rubate.
Copyright © Simona Lo Iacono
[Tu non dici parole, Giulio Perrone Editore, Roma
2008]
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Il
destino di una donna che guariva con le parole
di Maria Di Lorenzo
Il primo romanzo di Simona Lo Iacono
è un esordio narrativo perfettamente
riuscito. Oggi, come sapete, sono in molti, troppi, a voler scrivere,
ma pochi sono quelli che poi hanno qualcosa veramente importante da dire.
Vogliono scrivere, anzi pubblicare, e il più in fretta possibile, forse
immaginando chissà quali guadagni si possano
ricavare dal mestiere di scrittore. O forse per
velata, o non velata, vanagloria. Ora appunto quello che si definisce il mestiere dello scrittore non è
però un mestiere tout court ma,
mi si passi il termine forse un po’ “chiesastico”,
è una vocazione. E’ un richiamo,
preciso e ineludibile, è un
essere convocati - spesso, anzi quasi sempre - dalla sofferenza, per
i propri casi e per quelli altrui, a causa di un eccesso di sensibilità.
Simona Lo Iacono questa vocazione ce l’ha, come
una malattia che non conosce anticorpi, che non possiede altro sbocco
all’infuori delle stesse parole che l’alimentano e la straziano. Le parole
pensate, inseguite, sofferte, donate. Tu non dici parole, allora, è
molto più di un romanzo sulla caccia alle streghe, sul potere stolido che –
ieri come oggi - conculca la libertà dei diseredati e degli esclusi, sul
Seicento corrusco e visionario in cui Francisca,
la protagonista,
si trova a vivere il proprio destino di donna capace di guarire le ferite
degli altri con il balsamo delle parole e proprio per questo viene
perseguitata, oltraggiata, uccisa. Il romanzo allora è una splendida metafora sulla vita e sul destino dello
scrittore che ha soltanto le sue parole – fatte di carta,
apparentemente leggere, e però potentemente eversive - per ricreare mondi
di trasparente giustizia e di verità, per mettere ordine al caos
dell’esistenza e indicare una strada tra la terra e il cielo, svelando ai
suoi ignoti compagni di viaggio, che sono gli uomini e le donne di ogni tempo, il volto sempre nascosto della bellezza.
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La scelta di Francisca
A chi dire le parole
E ora sta ai
piedi di quel cristo morente. Appenzuliatu alla croce come un lenzuolo steso ad asciugare, mosso dal
vento. Smagrito come albero agonizzante, prosciugato, che a stento
vacilla.
Ecco i piedi forati in cui Francisca
guarda dentro, ecco la testa sfreguliata
da rovaglia, ‘u pettu svacantato da lance. E chista? ‘Sta ferita
sull’occhio Francisca non l’arricordava,
netta, dritta, che non cola più sangue. E ‘sti occhi? Manco quelli arricordava,
accussì tristi, Signuruzzu,
e accussi’ beddi.
E d’un tratto, anche lei è triste, ammammalocchuta
come a lui, spersa a contemplarlo e a contemplarsi, per un
attimo così simili da parerle magari sacrilegio.
E allora pensa, che ci
faccio io - spiritata e maga - a parlare accussì
al Signoruzzu nostro? Con parole tinte, rantulianti, senza rispetto? Lui, accussì
beddu, e io co’ sta truscia per vestito, e co’ ‘ste mani vuote, senza doni? Che ci faccio?
Ma è un’attimo.
Una cosa ce l’ha, Francisca,
e ora la mostra a Nostro Signore impettandosi per
l’orgoglio d’avere qualcosa da dargli. Ora gliela offre come inaspettato
fasciame di fiori selvatici, spinosi di bellezza. Persino lei, carcerata e
strega. Persino lei, malcapitata e ossessa.
E comincia a sciorinare le parole belle, una a una, principiando dalle prime, rubate alla ruota, e
poi da quelle arraffate in convento, e poi imparate da Tufania,
e poi da beccacce e tortore, dal fogliame crepitante delle foreste che ha
attraversato. Ecco, tutta la sua vita in quelle parole, tutte le sue pene
in cento balbettii, detti e ridetti, mormorati e taciuti, e ora urlati,
starnazzati quasi come gallina di cortile, che richiama il gallo coll’urlo disperato dell’amore.
E che le guardie sentano. Che sentano i consolatori, i messi
pontifici, i nunzi e tutti quelli che vogliono sentire. Che senta Angimbè, che abbia prova piena del suo sragionare, del
suo intonare litanie di appestata, di magara, di folle. Ecco, ora si alza. Ora sputa lo
straccio che le serrava la gola e le impediva di parlare. Ora ripete, con
voce sempre più alta, le poche parole che l’hanno resa magara
e folle.
Cento come i cento occhi che la fissano increduli, cento
come le cento mani che l’afferrano per torturarla, cento come le cento
lingue che l’investono di invettive. Centu, Signuruzzu, solo centu, ma per te mille ne urlerei, mille
ne vorrei sapere, mille ne vorrei rubare.
E comincia col suo miserere, e poi con confiteor,
e con laudamus domine e
con sanctus sanctus sanctus. Francisca le ripete a una a una e per tutta questa sua lunghissima, ultima
notte, in cui il cielo tremulìa pieno
dell’equinozio.
Infine, quando l’alba sparpaglia scaglie a mozziconi dalle
grate, anche lei ha avuto qualcosa da donare. E ad Angimbè
che la fissa soddisfatto, tronfio, colle manuzze sfregulianti sul
sigillo papale, rivolge a stento uno sguardo trasognato.
‘U Signuruzzu,
invece, le pare d’un tratto meno triste.
Copyright © Simona Lo Iacono
[Tu non dici parole, Giulio Perrone Editore,
Roma 2008]
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Un
colloquio con Simona Lo Iacono
a cura di Massimo Maugeri
[da “La Sicilia” del
27/12/2008]
Bronte, 1638. Periodo di malcontento popolare e
di Santa Inquisizione. Francisca Spitalieri è un’esposta dotata di una peculiare
caratteristica: ama le parole belle.
Parole liturgiche e dell’offertorio, sentite in convento,
che “ruba” e ripete di continuo pur non conoscendone il significato.
Parole che re-interpreta, ammaliata dalla loro austerità
e musicalità. Questo suo amore, però, viene
considerato anormale. Per questo motivo, e per altre circostanze a esso legate, viene messa a giudizio dal Santo Uffizio.
Francisca è la protagonista di “Tu non dici
parole” (Perrone, 2008), romanzo
d’esordio della siracusana Simona Lo Iacono,
magistrato e dirigente del Tribunale di Avola.
Una storia tragica, dolente; ispirata da personaggi
realmente esistiti e caratterizzata da visionarietà artistica e
grandissima teatralità; “messa in scena” con un riuscito impasto
linguistico imperlato di espressioni in latino, in volgare e in dialetto
siciliano.
“Tu non dici parole”. Un titolo molto evocativo. Da dove
nasce?
- Da una poesia di Pavese,
tratta da “La terra e la morte”. Non dire parole è più di un silenzio. È
una privazione. Quando mancano le parole è perché
la vita non si manifesta. Perché la bellezza cessa di
stupire. Una fine. Chi scrive, invece, compie un atto vitale,
scaglia continuamente parole contro la morte.
La storia del romanzo si incrocia
con quella dell’Inquisizione in Sicilia. Che tipo di ricerca hai svolto per ambientarla?
- Ho consultato carteggi
processuali. Materiale d’archivio. Tra essi il
“Codice rosso di Sortino” (che raccoglie gli
antichi editti e divieti dei signorotti del 1600) mi ha consentito di
creare intorno alle udienze (i costituti) della Santa Inquisizione
un’atmosfera corposa. Satura di imposizioni.
Che relazione c’è tra “parola” e “processo”?
- Una relazione sacrale. Basti
pensare che l’antico processo romano affidava
all’uso rituale di alcune formule l’effetto traslativo dei contratti o
delle successioni ereditarie. Sbagliare nella pronuncia di una sola sillaba
equivaleva a perdere il processo. Nel diritto primitivo la parola è ciò che
rende le cose vere, esistenti. È attraverso il suo suono che i concetti
astratti si materializzano e che acquistano identità.
Il processo” tornerà nelle tue opere future?
- Sì. Il processo è una
metafora della vita. Dell’approccio conoscitivo attraverso cui filtriamo il rapporto con gli altri. E
con noi stessi. Oltre al processo giuridico esiste un processo nascosto,
che viene celebrato nei nostri cuori e in cui
siamo spesso guidati da un pre-giudizio (inteso come anticipazione di una
valutazione). Quello alle streghe è un processo allestito contro ciò che non accettiamo. Che, come le
streghe, sovverte le nostre certezze. E che
condanniamo per paura.
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Ladra di bellezza
di
Luigi La Rosa
La parola che salva. Che condanna. La
parola-pietra, per dirla con Carlo Levi. La parola che
costruisce ghetti. O che dai ghetti libera.
La parola come strumento di vita e di morte. Di
liberazione o di prigionia. Nell’usarle, le parole, abbiamo una
responsabilità gigantesca, di cui a volte non sembriamo neppure renderci
conto. Le parole ci scappano di bocca, sono solo fiato, una nuvoletta
intorno alla bocca, et voilà…
Ma non è così. Non lo è affatto. Non sono queste le parole di cui si
appropria Francisca, meravigliosa e candida nella
sua folle innocenza, pura come una gardenia. Bellissima. Lei ha compreso il
potere, la forza, il carisma assoluto delle parole. Per questo le ruba. Per
questo diventa ladra di bellezza.
Di sogni. Per questo l’Inquisizione - nella sua eterna idiozia - la teme, teme il suo atto di libertà pregiudicata.
Tutti noi,
nominando le cose, le chiamiamo alla vita, le ammettiamo
al clamore dell’esistenza. Francisca paga un prezzo altissimo per
questo: per il suo tentativo di appropriarsi della
bellezza, di farsene strumento, corda magnetica, forma vivente. Il suo
calvario è quello di ogni artista autentico, di
ogni vero rivoluzionario. Non possiamo che essere con lei, che unirci al
suo meraviglioso furto, facendolo nostro.
E la bellezza non è solo l’oggetto del desiderio di Francisca. Nel romanzo di Simona ce n’è da vendere, si
diffonde sul racconto come luce. Ciò che più mi colpisce nella tessitura della storia
è proprio la capacità del racconto di “risuonare”. Sempre. Costantemente. Come una conchiglia che ci stia portando inquietudini lontane,
dimenticate, di chissà quale mondo perduto. La parola si fa ritmo,
cadenza, musica dell’interiore.
Non ci sono cadute, non ci sono momenti di tentennamento o
d’incertezza. Il testo fluisce dalla prima all’ultima pagina con un poetico
senso della misura e dell’equilibrio: le parole si tessono le une alle
altre come in una partitura
dalle tinte fosche, sublimi…E’ la musica che ascoltano
gli angeli, i condannati. La musica degli ultimi della terra. La musica ineffabile della voce di Dio. La musica che dovette udire Mozart
sul suo letto di morte. La musica di un pensiero
che non si piega, che non si giustifica, che non rinuncia ai suoi voli e ai
suoi legittimi desideri.
Devo anche sottolineare la precisione della ricostruzione storica,
l’accuratezza con cui Simona ha saputo restituire nitore a tutto un
difficile secolo - alle sue intolleranze, alle sue violenze, ai suoi
orrori. Difficile trovare nel panorama asfittico delle
lettere italiane un esordio di una
simile forza.
Non posso che
augurare a Simona Lo Iacono ogni successo, perché meritato, e perché sono
certo che ne verranno. E l’auspicio che la scrittura le
rammenti sempre il senso esistenziale di una differenza, un’appartenenza - una sensibilità. Quella che ogni artista non può non sentire sulla pelle, come
una stimmata, bruciante e necessaria.
Questa sensibilità ci regalerà ancora dei grandi momenti d’incanto. Ne sono
certo.
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[Le riflessioni di Luigi
La Rosa, qui riportate, come quelle - a lato – della stessa Simona Lo
Iacono sono tratte dal blog letterario di Massimo
Maugeri “Letteratitudine”, che ha ospitato una
lunga e articolata discussione, ricca di spunti e di voci, sul romanzo “Tu
non dici parole”, a cui rimandiamo i lettori interessati per un ulteriore
approfondimento]
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