"Sovente in queste rive, che, desolate, a bruno veste il flutto, e par che ondeggi, seggo la notte; e su la mesta landa in purissimo azzurro veggo dall'alto fiammeggiar le stelle..." (Giacomo Leopardi)

 

 

 

 

 

                                     Rivista di letterature & dintorni

                            fondata e diretta da Maria Di Lorenzo

 

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L’ESORDIO EDITORIALE

DI SIMONA LO IACONO

 

 

[Giulio Perrone Editore, Roma 2008]

 

 

Simona Lo Iacono, nata a Siracusa nel 1970, magistrato da 11 anni,  attualmente dirige la sezione distaccata di Avola,  tribunale di Siracusa. Ha pubblicato racconti e vinto concorsi letterari di poesia e narrativa. Collabora a riviste e magazine. Riunisce in casa propria un salotto letterario ospitando scrittori e artisti. Un suo racconto, “I semi delle fave”, ha vinto il premio edito dal convegno “Scrivere donna 2006″ ed è stato pubblicato da Romeo Editore nella collana “Scripta manent”. Cura una rubrica che riguarda i rapporti tra diritto e letteratura sul blogLetteratitudine” di Massimo Maugeri, scrive recensioni e saggi letterari. Tu non dici parole è il suo primo romanzo.

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La scheda critica del romanzo

a cura di Salvo Zappulla

 

La Lo Iacono affronta i grandi temi della vita, della morte, dell’amore. La spiritualità, la fede, il bene e il male. Siamo in Sicilia, nel 1638, a Bronte. La plebe deve difendersi dalle carestie, dall’ignoranza dalla fame e, per ultima, dal clero che sull’ignoranza del popolo edifica il proprio potere.

Suor Francisca Spitalieri coltiva la sua unica ricchezza: le parole belle. Le cerca, le trova, le ruba, le regala per lenire sofferenze, per insegnare alla gente a difendersi dai soprusi. Le parole sono temute dai potenti, sono portatrici di un mistero arcano, sono magia e incanto, bestemmia e purezza. Chi non ne sa fare uso le combatte. E l’arcivescovo Angimbè per sbarazzarsi di Francisca la condanna al rogo.

La Lo Iacono utilizza questa metafora per lanciare un messaggio, sembra voglia ricordarci che la comunicazione è la condizione primaria dell’essere umano. I pensatori danno fastidio ai potenti. Le opere di Pitagora furono bruciate ad Atene, nel lontano 411 A.C. Il primo imperatore Cha Huang-ti ordinò la distruzione di tutti i libri esistenti in Cina; così come i nazisti bruciarono i libri contrari allo spirito germanico. L’imperatore Caligola condannò al rogo i libri di Omero e Virgilio. Diocleziano fece bruciare tutti i libri dei cristiani.

“Tu non dici parole” è un romanzo sospeso tra misticismo e superstizione, tra reale e fantastico, tra verità e leggenda, tra mistero ed esoterismo, che attrae nel suo vortice lento ed ammaliante. Il clima sospeso e rarefatto, impregnato di mistero, il ritmo incantatorio, una scrittura lirica e visionaria di presa immediata, che incide nell’animo dei lettori, lo stile personalissimo e inconfondibile, ne fanno il prezioso atto di battesimo di una scrittrice destinata a far parlare di .

 

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L’incipit dell’opera

 

 

…Sei riarsa come il mare,

come un frutto di scoglio,

e non dici parole…

(C. Pavese, La terra e la morte)

 

 

A mio figlio Nanni, quando mi dice devo dirti.

 

È notte di ricordi.

L’ho capito da come mi hai detto devo dirti una cosa, da come ti sei chinato a bisbigliarmi all’orecchio devo dirti, devo dirti, devo dirti.

Come, devo dirti? Hai sempre detto devo raccontarti.

Ma questa volta devo dirti. E hai mozzato la frase come a lasciarmi il tempo di capire che se non devi raccontare, stavolta è la verità.

Allora – ho detto – non userai parole. Userai silenzi.

Sì, silenzi. Perché le parole sono solo per la fantasia.

 

*

 

PROLOGO: Bronte, un giorno del secolo decimo settimo. Poche ore all’equinozio di primavera.

 

Festa grande, annuncia il messo della Santissima Inquisizione, con fuoco di rogo, et parata di vescovi e della nobiltade tutta, sua eccellenza il duca di Terranova e le sue eccellenze i principi di Trabia e Roccafiorita. E con la partecipazione eccezionale et straordinaria di sua signoria il viceré don Pietro Foxardo y Zuniga y Requesenz marchese de Los Velez che leggerà pubblica sentenza di morte della maliarda suor Francisca Spitalieri, rea di commercio col demonio et di arti magare et di vita empissima.

Così annuncia il messo, e la sua voce stamani si intreccia con urla di mercato, coll’andirivieni della folla scesa dalle pendici dell’Etna per comprare formaggio e frumento o vendere vacche e galline.

Un ululato. Che quasi rintrona la città e l’avvolge di richiami, mentre i bambini si stringono a frotte intorno all’urlatore e lo accerchiano di domande, che fu, e quannu abbrucerà ‘u rogu, e chi fici ‘a suora Francisca, e che, veramente ci sarà sua ‘ccillenza ‘u viceré?

Ma Tufania non sta a sentire. Ha fretta. Scende le scale, Tufania, a due a due a tre a tre e poi a quattro. Non sente i rulli di tamburo che accompagnano la condanna di suor Francisca Spitalieri, né gli sfoghi di campane che fendono l’aria a morto. Attraversa corridoi, cunicoli di ombre che conosce come la sua anima e in cui s’infila quasi fosse una serpe.

È mattino inoltrato, e tra le foschie di questo cielo invernale pochi raggi preannunciano un’afa precoce. Mancano poche ore all’equinozio di primavera.

Oltre le mura del paese, oltre le urla degli inquisitori, oltre il chiacchiericcio della fiera, Tufania svicola, corre, cade. Poi si rialza e solleva lo sguardo. Ed ecco. Lo vede. È là, sull’uscio della chiesa madre.

Dev’essere lui. O, almeno, così le ha detto suor Francisca.

 

Copyright © Simona Lo Iacono

[Tu non dici parole, Giulio Perrone Editore, Roma 2008]

 

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IL CONTESTO STORICO

Chi era Suor Francisca Spitalieri?

 

Suor Francesca Spitalieri (Bonina o Bertino) dell’Ordine delle Terziarie di S. Francesco, è veramente esistita. Di elevata cultura, scrisse opere religiose ed ebbe fama di santità; si diceva che avesse ricevuto le stigmate di Cristo e che parlasse con Dio e con gli angeli.

Accusata di eresia fu denunziata al Santo Uffizio e nel 1621 ebbe una prima condanna. Per sfuggire al rogo, abiurò e fu mandata per sette anni a servire in un ospedale. Ma non bastò. In seguito, ritenuta eretica impenitente, fu sottoposta a un nuovo processo e imprigionata a Palermo.

Cercò di salvarsi evadendo dal carcere e una notte del settembre del 1640 si calò giù con una corda, fatta con la lana del suo materasso. La fune si spezzò e la povera suora trovò una crudele fine stramazzando a terra. Nonostante la morte, subì lo stesso il processo; furono confiscati i suoi beni, condannata la sua memoria e bruciati il suo corpo ed i suoi scritti. Si ignora da chi e perché l’innocua suorina di Bronte fosse ritenuta pericolosa al punto di subire una persecuzione così accanita e violenta, tanto lunga (19 anni) ed una fine tanto atroce.

Così ne parla il Radice nelle sue Memorie Storiche di Bronte:

«Pietoso è il caso di una povera monachella brontese, dichiarata eretica (1621-1640) e morta, di caduta, dall’alto, per fuggire il rogo, al quale era stata condannata. La memoria di lei si è perduta fra di noi, essendo severamente proibito dal S. Ufficio fare il nome degli eretici, per spegnere anche il ricordo. Questa fu suora Francesca Spitaleri Bertino, dell’Ordine delle Terziarie di S. Francesco, che al dotto La Mantia sembrò un’antenata del filosofo Nicolò Spitaleri; ma mancando la paternità riesce difficile determinarlo, essendo molto estesa la famiglia degli Spitaleri in Bronte. Fu donna d’ingegno; dovette avere a maestri i frati Minori Osservanti di S. Francesco; scrisse opere religiose, andate smarrite; ma male gliene incolse e per saper di lettere e di religione e più per il farneticare suo intorno a Dio e agli Angeli, coi quali, diceva, avere frequenti colloqui, e come il Cristo, piaghe al costato e ai piedi.„

 

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TU NON DICI PAROLE

 

Parte prima: solstizio d’estate

Nei pressi di Bronte, un anno prima

 

La parola – disse Gorgia asciugandosi con una pezzuola bianca il sudore della fronte – è un grande dominatore che con minimo e invisibile corpo divine gesta sa compiere: calmare la paura, togliere la pena, suscitare la gioia, crescere la pietà… (Gesualdo Bufalino, L’uomo invaso)

 

 

Capitolo primo

Francisca

 

Francisca prende l’acqua dal pozzo. Si sporge all’interno come a volercisi nascondere, facendo sgrondare dentro le sue lacrime.

Al pozzo l’ha mandata la madre superiora. Per punizione, perché stamane Francisca le ha rubato il breviario.

E’ profondo il pozzo. Una fenditura, quasi, che spacca la roccia a metà e riflette un’immagine lontanissima che dall’alto si stenta a riconoscere. Ma Francisca ha imparato ad aspettare.

Sa bene che tra qualche minuto, quando l’acqua intorbidata dal secchio tornerà stagnante, la sua ombra balzerà dal buio, e che nel pozzo lei ci si potrà specchiare, finalmente, neri e arruffati i capelli e pieni i seni, straripanti sul corpo magro.

E, anzi, colla sua immagine, stamattina, Francisca ci vuole parlare, ridere, sbraitare. Un colloquio che pare non avere fine, e come fu che la reverendissima ti scoprì - capra che sei, Francisca? E come fu che non t’insegnai niente in tutti questi anni, a nasconderti come un conigghiu nella tana?

Ma poi scrolla le spalle e dice: nun m’importa. Non le importa della punizione. Né della reverendissima madre suor Addolorata del Sacro Cuore -u diavoli c’abbrusci ‘u culu all’infernu. Le importa solo di essersi potuta rimirare nel pozzo e - soprattutto - le importa di averle rubato il breviario.

Non tutto, purtroppo, ché la sventura, ultimamente, pare perseguitarla. E le si accovaccia dietro, la sventura, o le rotola a fianco ovunque vada, su, per le scale della cappella oppure nelle stanze private della reverendissima. Stanze segrete, lo sa bene Francisca che nessuno dovrebbe entrarci e men che meno lei, malaugurata e ladra. Ma tant’è. La foga di rubarle il breviario s’è fatta troppo angariosa, stamattina, e Francisca l’ha dovuta ascoltare. D’altra parte ha preso solo qualche pagina, scelta nella fretta della fuga e infilata di soppiatto sotto l’inginocchiatoio.

Per questo piange.

Più tardi, quando il buio scenderà sulla santissima casa del buon fanciullo - anche detta ruota degli esposti - Francisca tornerà a prenderle, le pagine, ripiegandole con cura nel petto e unendole alle altre.

Con queste sono cento parole. Tutte rubate.

 

Copyright © Simona Lo Iacono

[Tu non dici parole, Giulio Perrone Editore, Roma 2008]

 

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Il destino di una donna che guariva con le parole

 

di Maria Di Lorenzo

 

Il primo romanzo di Simona Lo Iacono è un esordio narrativo perfettamente riuscito. Oggi, come sapete, sono in molti, troppi, a voler scrivere, ma pochi sono quelli che poi hanno qualcosa veramente importante da dire. Vogliono scrivere, anzi pubblicare, e il più in fretta possibile, forse immaginando chissà quali guadagni si possano ricavare dal mestiere di scrittore. O forse per velata, o non velata, vanagloria. Ora appunto quello che si definisce il mestiere dello scrittore non è però un mestiere tout court ma, mi si passi il termine forse un po’ “chiesastico”, è una vocazione. E’ un richiamo, preciso e ineludibile, è un essere convocati - spesso, anzi quasi sempre - dalla sofferenza, per i propri casi e per quelli altrui, a causa di un eccesso di sensibilità. Simona Lo Iacono questa vocazione ce l’ha, come una malattia che non conosce anticorpi, che non possiede altro sbocco all’infuori delle stesse parole che l’alimentano e la straziano. Le parole pensate, inseguite, sofferte, donate. Tu non dici parole, allora, è molto più di un romanzo sulla caccia alle streghe, sul potere stolido che – ieri come oggi - conculca la libertà dei diseredati e degli esclusi, sul Seicento corrusco e visionario in cui Francisca, la  protagonista, si trova a vivere il proprio destino di donna capace di guarire le ferite degli altri con il balsamo delle parole e proprio per questo viene perseguitata, oltraggiata, uccisa. Il romanzo allora è una splendida metafora sulla vita e sul destino dello scrittore che ha soltanto le sue parole – fatte di carta, apparentemente leggere, e però potentemente eversive - per ricreare mondi di trasparente giustizia e di verità, per mettere ordine al caos dell’esistenza e indicare una strada tra la terra e il cielo, svelando ai suoi ignoti compagni di viaggio, che sono gli uomini e le donne di ogni tempo, il volto sempre nascosto della bellezza.

 

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La scelta di Francisca

A chi dire le parole

 

E ora sta ai piedi di quel cristo morente. Appenzuliatu alla croce come un lenzuolo steso ad asciugare, mosso dal vento. Smagrito come albero agonizzante, prosciugato, che a stento vacilla.

Ecco i piedi forati in cui Francisca guarda dentro, ecco la testa sfreguliata da rovaglia, ‘u pettu svacantato da lance. E chista? ‘Sta ferita sull’occhio Francisca non l’arricordava, netta, dritta, che non cola più sangue. Esti occhi? Manco quelli arricordava, accussì tristi, Signuruzzu, e accussi’ beddi.

E d’un tratto, anche lei è triste, ammammalocchuta come a lui, spersa a contemplarlo e a contemplarsi, per un attimo così simili da parerle magari sacrilegio.

E allora pensa, che ci faccio io - spiritata e maga - a parlare accussì al Signoruzzu nostro? Con parole tinte, rantulianti, senza rispetto? Lui, accussì beddu, e io co’ sta truscia per vestito, e co’ste mani vuote, senza doni? Che ci faccio?

Ma è un’attimo. Una cosa ce l’ha, Francisca, e ora la mostra a Nostro Signore impettandosi per l’orgoglio d’avere qualcosa da dargli. Ora gliela offre come inaspettato fasciame di fiori selvatici, spinosi di bellezza. Persino lei, carcerata e strega. Persino lei, malcapitata e ossessa.

E comincia a sciorinare le parole belle, una a una, principiando dalle prime, rubate alla ruota, e poi da quelle arraffate in convento, e poi imparate da Tufania, e poi da beccacce e tortore, dal fogliame crepitante delle foreste che ha attraversato. Ecco, tutta la sua vita in quelle parole, tutte le sue pene in cento balbettii, detti e ridetti, mormorati e taciuti, e ora urlati, starnazzati quasi come gallina di cortile, che richiama il gallo coll’urlo disperato dell’amore.

E che le guardie sentano. Che sentano i consolatori, i messi pontifici, i nunzi e tutti quelli che vogliono sentire. Che senta Angimbè, che abbia prova piena del suo sragionare, del suo intonare litanie di appestata, di magara, di folle. Ecco, ora si alza. Ora sputa lo straccio che le serrava la gola e le impediva di parlare. Ora ripete, con voce sempre più alta, le poche parole che l’hanno resa magara e folle.

Cento come i cento occhi che la fissano increduli, cento come le cento mani che l’afferrano per torturarla, cento come le cento lingue che l’investono di invettive. Centu, Signuruzzu, solo centu, ma per te mille ne urlerei, mille ne vorrei sapere, mille ne vorrei rubare.

E comincia col suo miserere, e poi con confiteor, e con laudamus domine e con sanctus sanctus sanctus. Francisca le ripete a una a una e per tutta questa sua lunghissima, ultima notte, in cui il cielo tremulìa pieno dell’equinozio.

Infine, quando l’alba sparpaglia scaglie a mozziconi dalle grate, anche lei ha avuto qualcosa da donare. E ad Angimbè che la fissa soddisfatto, tronfio, colle manuzze sfregulianti sul sigillo papale, rivolge a stento uno sguardo trasognato.

‘U Signuruzzu, invece, le pare d’un tratto meno triste.

 

Copyright © Simona Lo Iacono

[Tu non dici parole, Giulio Perrone Editore, Roma 2008]

 

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Un colloquio con Simona Lo Iacono

a cura di Massimo Maugeri

[da “La Sicilia” del 27/12/2008]

 

Bronte, 1638. Periodo di malcontento popolare e di Santa Inquisizione. Francisca Spitalieri è un’esposta dotata di una peculiare caratteristica: ama le parole belle. Parole liturgiche e dell’offertorio, sentite in convento, che “ruba” e ripete di continuo pur non conoscendone il significato. Parole che re-interpreta, ammaliata dalla loro austerità e musicalità. Questo suo amore, però, viene considerato anormale. Per questo motivo, e per altre circostanze a esso legate, viene messa a giudizio dal Santo Uffizio.

Francisca è la protagonista di Tu non dici parole” (Perrone, 2008), romanzo d’esordio della siracusana Simona Lo Iacono, magistrato e dirigente del Tribunale di Avola. Una storia tragica, dolente; ispirata da personaggi realmente esistiti e caratterizzata da visionarietà artistica e grandissima teatralità; “messa in scena” con un riuscito impasto linguistico imperlato di espressioni in latino, in volgare e in dialetto siciliano.

“Tu non dici parole”. Un titolo molto evocativo. Da dove nasce?

- Da una poesia di Pavese, tratta da “La terra e la morte”. Non dire parole è più di un silenzio. È una privazione. Quando mancano le parole è perché la vita non si manifesta. Perché la bellezza cessa di stupire. Una fine. Chi scrive, invece, compie un atto vitale, scaglia continuamente parole contro la morte.

La storia del romanzo si incrocia con quella dell’Inquisizione in Sicilia. Che tipo di ricerca hai svolto per ambientarla?

- Ho consultato carteggi processuali. Materiale d’archivio. Tra essi il “Codice rosso di Sortino” (che raccoglie gli antichi editti e divieti dei signorotti del 1600) mi ha consentito di creare intorno alle udienze (i costituti) della Santa Inquisizione un’atmosfera corposa. Satura di imposizioni.

Che relazione c’è tra “parola” e “processo”?

- Una relazione sacrale. Basti pensare che l’antico processo romano affidava all’uso rituale di alcune formule l’effetto traslativo dei contratti o delle successioni ereditarie. Sbagliare nella pronuncia di una sola sillaba equivaleva a perdere il processo. Nel diritto primitivo la parola è ciò che rende le cose vere, esistenti. È attraverso il suo suono che i concetti astratti si materializzano e che acquistano identità.

Il processo” tornerà nelle tue opere future?

- Sì. Il processo è una metafora della vita. Dell’approccio conoscitivo attraverso cui filtriamo il rapporto con gli altri. E con noi stessi. Oltre al processo giuridico esiste un processo nascosto, che viene celebrato nei nostri cuori e in cui siamo spesso guidati da un pre-giudizio (inteso come anticipazione di una valutazione). Quello alle streghe è un processo allestito contro ciò che non accettiamo. Che, come le streghe, sovverte le nostre certezze. E che condanniamo per paura.

 

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Ladra di bellezza

 

di Luigi La Rosa

 

 

La parola che salva. Che condanna. La parola-pietra, per dirla con Carlo Levi. La parola che costruisce ghetti. O che dai ghetti libera. La parola come strumento di vita e di morte. Di liberazione o di prigionia. Nell’usarle, le parole, abbiamo una responsabilità gigantesca, di cui a volte non sembriamo neppure renderci conto. Le parole ci scappano di bocca, sono solo fiato, una nuvoletta intorno alla bocca, et voilà… Ma non è così. Non lo è affatto. Non sono queste le parole di cui si appropria Francisca, meravigliosa e candida nella sua folle innocenza, pura come una gardenia. Bellissima. Lei ha compreso il potere, la forza, il carisma assoluto delle parole. Per questo le ruba. Per questo diventa ladra di bellezza. Di sogni. Per questo l’Inquisizione - nella sua eterna idiozia - la teme, teme il suo atto di libertà pregiudicata.

 

Tutti noi, nominando le cose, le chiamiamo alla vita, le ammettiamo al clamore dell’esistenza. Francisca paga un prezzo altissimo per questo: per il suo tentativo di appropriarsi della bellezza, di farsene strumento, corda magnetica, forma vivente. Il suo calvario è quello di ogni artista autentico, di ogni vero rivoluzionario. Non possiamo che essere con lei, che unirci al suo meraviglioso furto, facendolo nostro.

 

E la bellezza non è solo l’oggetto del desiderio di Francisca. Nel romanzo di Simona ce n’è da vendere, si diffonde sul racconto come luce. Ciò che più mi colpisce nella tessitura della storia è proprio la capacità del racconto di “risuonare”. Sempre. Costantemente. Come una conchiglia che ci stia portando inquietudini lontane, dimenticate, di chissà quale mondo perduto. La parola si fa ritmo, cadenza, musica dell’interiore.

 

Non ci sono cadute, non ci sono momenti di tentennamento o d’incertezza. Il testo fluisce dalla prima all’ultima pagina con un poetico senso della misura e dell’equilibrio: le parole si tessono le une alle altre come in una partitura dalle tinte fosche, sublimi…E’ la musica che ascoltano gli angeli, i condannati. La musica degli ultimi della terra. La musica ineffabile della voce di Dio. La musica che dovette udire Mozart sul suo letto di morte. La musica di un pensiero che non si piega, che non si giustifica, che non rinuncia ai suoi voli e ai suoi legittimi desideri.

 

Devo anche sottolineare la precisione della ricostruzione storica, l’accuratezza con cui Simona ha saputo restituire nitore a tutto un difficile secolo - alle sue intolleranze, alle sue violenze, ai suoi orrori. Difficile trovare nel panorama asfittico delle lettere italiane un esordio di una simile forza.

 

Non posso che augurare a Simona Lo Iacono ogni successo, perché meritato, e perché sono certo che ne verranno. E l’auspicio che la scrittura le rammenti sempre il senso esistenziale di una differenza, un’appartenenza - una sensibilità. Quella che ogni artista non può non sentire sulla pelle, come una stimmata, bruciante e necessaria. Questa sensibilità ci regalerà ancora dei grandi momenti d’incanto. Ne sono certo. 

 

 

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[Le riflessioni di Luigi La Rosa, qui riportate, come quelle - a lato – della stessa Simona Lo Iacono sono tratte dal blog letterario di Massimo Maugeri Letteratitudine, che ha ospitato una lunga e articolata discussione, ricca di spunti e di voci, sul romanzo “Tu non dici parole”, a cui rimandiamo i lettori interessati per un ulteriore approfondimento]

 

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PARLA L’AUTRICE DEL LIBRO

 

Alcune storie crescono con noi. Affondano le proprie ostinate radici nello sguardo con cui nasciamo al mondo. Poi qualcosa le risveglia. Un incontro. Un guizzo serale. A volte, una visione. Francisca Spitalieri mi si è manifestata per caso. In un pomeriggio sciroccoso e domenicale in cui schivavo l’afa siciliana leggendo. Sfogliavo le cronache di Luigi Natoli. E’ bastato un attimo. La sua storia ha scosso in me una profonda commozione. Ha risvegliato una somiglianza. Credo che scriviamo sempre storie che ci interpretano, attraverso le quali - persino - cerchiamo di capire noi stessi. Non sono stata io a riportare in vita Francisca. E’ stata lei a riportare in vita me.

 

La mia storia è parzialmente diversa dalla realtà e affonda le sue ragioni nel mistero di questa persecuzione. La Spitalieri non era pericolosa. Non aveva parentele altolocate. Non infastidiva i potenti. Mi sono chiesta: qual è il motivo oltraggioso, quale la libertà più fastidiosa, quale, quale, l’affronto più grande che possa suscitare una persecuzione? Ho risposto: è la parola. La sua irriducibilità a un processo. Il suo essere senza difesa. E senza accusa. Il suo dimenarsi tra molte parti: imputata, testimone, peroratrice della difesa e pubblica accusa. La parola è un’indecente manipolatrice e un’innocentissima preda. E’ fraintesa, amata, odiata e strumentalizzata. Serve per quel che è e per dove conduce. Infine, è pura astrazione. Non può essere ammanettata, incarcerata e neanche afferrata. Solo tacendo si decreta la sua fine.

 

La parola è esplorazione. E’ il ponte che non solo congiunge, ma scopre. Che immette nell’intima natura dell’uomo. Del suo mistero.

 

La parola è persecuzione. Per sua stessa natura. Perché è sacra e imprevedibile. Perché è un pedaggio.

 

Perdere le parole equivale a perdere la strada. Io aggiungo: equivale a perdere uno sguardo. A smarrire quella lente che miracolosamente afferra cio’ che sta oltre le cose. Oltre l’apparenza.

 

Il tema delle parole è per me uno dei più cari. E non solo perché la parola ci immette nel segreto della creazione, della sintesi con l’altro. Ma anche perché la parola è seduzione, incantamento. Più che un ladro di parole, lo scrittore è un cleptomane, una vittima dei suoi stessi furti. Non ruba perché sente l’estraneità di ciò di cui si appropria. Ma perché - al contrario - ne annusa un’affinità profonda. Una dilatazione col senso delle cose. E una assordante necessità. La mia Francisca Spitalieri lo avverte con maggiore intensità perché non ha alcuna “educazione” al linguaggio. E’ un’esposta che non sa leggere né scrivere. L’unico modo per immettere le parole nel suo mondo, per farle abitare in sé, è rubarle. O ripeterle a memoria, inseguendo cantilene e nenie, te absolvo e miserere, afflati e ritmi. Francisca va “ad orecchio” con una sensibilità da animale stanato e abituato alle inerpicate impreviste della vita, con cecità da talpa che si orienta al buio e all’ombra, con stupore di assetata e vergine. E comprende, con quel fiuto che solo i segugi affinano, che tra parola e vita c’è un legame inesplicabile e segreto. Così come tra parola e morte. Non è un caso che “le parole belle” ripetute con ritmo ossessivo e selvaggio, con denti digrignati dalla paura in notti di plenilunio e umori, allontanino la fine. Morte e parola sono nemiche e - al tempo stesso - sorelle. Si rincorrono e si rinnegano. Si salvano e si perdono.

 

La lingua deve sempre interpretare la storia, farsene servitrice. Una storia antica esige un affondo nella memoria, deve suggerire l’atmosfera dell’epoca … La macchina del tempo esiste, ed è la scrittura! Per fare questo ho compiuto un viaggio. Ho scoperto parole dell’italiano antico e del dialetto, le ho sovrapposte a invenzioni lessicali, le ho mescolate al latino e al volgare. Ho consultato il “codice rosso di Sortino”, un testo che raccoglie i “banni” (ossia gli editti) dei signori del tempo - latifondisti, baroni, principi - e ho attinto a idiomi e sintassi del 1600. Ma la cosa più bella è stata la scoperta che non ero tanto io a dominare la lingua, quanto la lingua a dominare me. E che via via che procedevo, diventava sempre più facile assecondarla nelle sue esigenze, seguirne il respiro di animale vivente, mai addomesticato, guizzante come un saltimbanco veramente indomito e selvaggio. Ho scoperto che la lingua ha un’anima e un cuore, e che evocarne il suono e l’intima cantilena aiuta a reinventarla. Dopo l’ultima stesura - e prima di ricominciare l’altro romanzo - ho dovuto fare silenzio, perchè cambiare epoca esigeva un altro percorso linguistico, completamente diverso. Altre scoperte. Altre emozioni….

 

Il processo. Come giudice so cosa costi la ricerca della verità. Quanta abnegazione. Quanta lucidità. E onestà intellettuale. So che mantenersi limpidi nella fase che precede un approccio (conoscitivo, giudiziario, educativo) è uno sforzo e un dovere. Siamo spesso guidati dai nostri PRE-GIUDIZI. Ossia anticipazioni di una valutazione. Che poi sovrapponiamo alla realtà che incrociamo vedendola già contaminata da noi. Dalle nostre ferite. Dai nostri inganni. Dalle nostre paure. Ecco perché il processo nel mio libro, e nella poetica complessiva delle mie storie, è una metafora della vita. Non è stata solo la Santa Inquisizione a celebrare questi processi. E neanche i soli regimi dittatoriali. Lo facciamo anche noi. Quanti processi nascosti allestiamo nel buio delle nostre anime? Quante condanne non provate, quanti sospetti senza pietà, quante sentenze senza commozione? Questo processo segreto e inconfessabile può sovrapporsi persino a processi giudiziari. Come è già avvenuto in passato. Possono giustificarlo i motivi più disparati: politici, religiosi, umani. Finanche amorosi. E allora. Il compito di trasformare l’innocenza in scavo, in ricerca, in affanno e grido di verità è della letteratura. La letteratura, che pure è finzione, non ammette che la verità.

 

Nell’antico diritto romano (padre del nostro attuale diritto) ogni rapporto di carattere giuridico era regolato da cinque schemi: le “legis actiones”. “Lege agere” voleva dire agire per mezzo della legge. E ciò veniva fatto attraverso l’uso di formule rigidissime (che in seguito subirono una evoluzione) adattate ai singoli casi concreti. Il più antico di questi schemi era “la legis actio sacramento”. L’antico schema prevedeva una sfida tra due contendenti posti su un piano di parità. Ciascuna delle parti affermava con parole solenni la spettanza di una determinata res (e in tal caso si aveva la legis actio sacramento in rem) ovvero l’una negava e l’altra affermava l’esistenza di un credito (e in tal caso si aveva la legis actio sacramento in personam). Il sacramentum era per l’appunto la solenne sfida, la scommessa, un giuramento con implicazioni religiose, per cui chi usciva sconfitto al termine della controversia era costretto a pagare la “summa sacramenti” per aver giurato il falso. Quindi all’inizio dell’evoluzione giuridica la parola aveva valore sacrale (sacramentum) e bastava sbagliare anche una sola sillaba della formula traslativa per perdere la lite. Si riteneva infatti che un errore nella parola fosse segno inequivocabile della mancanza di favore degli dei. Ciò perchè la parola, e la formula servivano a dare esistenza alla res, alla cosa. Solo pronunciandolo l’oggetto diveniva esistente. Questo rispetto reverenziale per la parola come mezzo per fare affiorare la realtà trovo sia eccezionalmente alto ed evoluto, considerando anche che il diritto romano conosceva non solo le cose materiali ma anche quelle immateriali, ed era quindi capace - attraverso la parola - di operare astrazioni. E’ anche un bellissimo “nodo”, a mio avviso, tra letteratura (ed esigenze da cui nasce) e processo.

 

Il motivo per cui la scrittura è perseguitata è perchè è UNA DIVERSITA’. E’ ciò che fa vacillare le certezze acquisite, che minaccia fondamenta che si credono ben assestate. Ciò che provoca a uno sguardo controcorrente. La scrittura sovverte luoghi comuni, spiagge conquistate, bandiere sguainate su terre che si credono proprie. Svela l’inganno. Sa dirci che questa vita non ci appartiene. Per questo fa paura. E per questo è una strega. La scrittura è sempre - come Francisca - una strega processata e fraintesa. Uno specchio in cui non si vuole guardare.Una verità che non si vuole udire.

 

Scrivere del passato esige calarsi nella pelle dei giorni, nello scavo di anni dimenticati. Per farlo si deve compiere un viaggio. Non solo un viaggio attraverso il tempo, ma anche in ciò che eravamo. Nella lingua che parlavamo. Nelle malattie che combattevamo, nella fame, nei pidocchi, nei breviari d’oro e nello sterco delle stalle. Negli odori. Nei sapori di pistacchi e more, di erbe calpestate dalle capre selvatiche e di minicucchi imbastiti di leggende. Tra pietre assolate e lave attorte. Fra conchiglie di mari mai solcati, se non con la nostalgia. Col nodo di un rimpianto. Il passato ci deve assalire e non ci deve perdonare. Dobbiamo salvarlo e saperlo lasciare andare. Dobbiamo interrogarlo e rimpiangerlo. Infine, interpretarlo. Quando ho terminato il romanzo ho immaginato che un nugolo di ombre venisse a me per congedarsi, per salutarmi, svaporando infine nella stessa nebbia da cui avevo cavato a forza i loro corpi. E’ stato triste separarmi da loro, perchè i personaggi fanno molta compagnia.

 

Il dolore è una dimensione umana, da vivere e trasformare. Non è mai fine a se stesso, neanche quando ci si rivolta contro. Neanche quando ci crocifigge. Ecco perchè la speranza non va mai ricercata in un finale lieto, ma nel saper accettare qualunque finale. Nel saperlo interpretare come un passaggio, un attraversamento. Quando questo avviene, quando un uomo e un personaggio approdano alla fine della propria vita (o all’ultima pagina del libro) avendo vissuto la ferita, avendola reinventata e scelta, la speranza sta nel cambiamento del proprio modo di vedere le cose. Di percepire la vita. Francisca all’inizio della storia balbetta parole senza capirne il senso, rapita dalla loro musicalità e dalla loro capacità di accostarla al destino degli altri. Quando ama, però, tace. Quando ha paura, anche. Le parole sono intuito, condanna, imperativo. Per certi versi Francisca ne è assalita, dominata. Ma c’è un momento in cui, pur sapendo che parlare la bollerà definitivamente come strega, Francisca sceglie. Ecco. E’ questo il cambiamento. Scegliere a chi dire le parole. Scegliere di indirizzarle con consapevolezza e amore, trafitta dal profondo senso delle cose, dalla loro precarietà e spinosa bellezza. Dal loro tremore simile al battito d’ala di un angelo inquieto, arreso. Quando la vita si trasforma in scelta, la scelta si trasforma in responsabilità. Il senso morale del romanzo è questo.

 

Francisca viene processata per lo stesso motivo per cui l’ARS NOTORIA di Salomone venne messa all’indice dalla Santa Inquisizione e additata come libro proibito. Perché usa parole di chiesa, cioè dell’offertorio, dei salmi, delle giaculatorie credendo che siano “parole belle”. Ciò che - quindi - la induce al furto è, prima di tutto, un richiamo di bellezza. Di assonanza e armonia. Bello, kalòs, suggerisce Socrate nel Cratilo, deriva forse da kalèin, chiamare, invocare a sé, attrarre oltre i confini di una dimensione che si tratta di superare: bello è ciò che chiama a valicare un limite entro il quale l’esistenza sembra priva di qualcosa d’essenziale, incompleta. E’ questo andare oltre che porterà Francisca a scoprire gli altri. I loro bisogni. La loro umanità trafitta da ruberie e violenze, scarti di secoli passati e usurpazioni celebrate come regalità. Come pedaggio losco e necessario per la pura sopravvivenza. La bellezza che fiuta Francisca è dunque un mezzo per incrociare altre solitudini, altri destini. La solitudine di Pititta, sua compagna di dormitorio e condannata a vedere arrivare la morte, a saperla prevedere solo per gli altri. Quella di Tufania, imparentata senza saperlo con una delle famiglie più importanti del Regno delle due Sicilie e cresciuta fuggendo, arringando nelle pubbliche piazze, imitando un padre astronomo e sognatore che sa stanare l’inganno del suo secolo. E la solitudine del Pilosa, metà uomo e metà animale. Simile a un minotauro impavido e senza commozione. Senza passato e senza capacità di sognare. Tutti i sognatori del romanzo sembrano perdere. Sembrano ardere tra il crepitio di lapilli e ceneri, di resti di baldorie e fasti. Coloro che si salvano sono i furbi. I vili. I traditori. Ma è solo un’apparenza. Oltre i roghi che gli uomini sanno allestire, oltre le sentenze che sanno emettere, oltre la giustizia sommaria che sanno fare, e giustificare, e far passare per buona, le parole belle vorticano per aria. Trafiggono fumi di carne bruciata. Stanano mascheramenti di attori girovaghi, teatri carnascialeschi e impudicizie ben orchestrate. Restano. Restano comunque.

 

C’è un modo di trovare la bellezza senza rinunciare a vivere la vita: scrivere….

 

E’ questa la vita. E la scrittura la raccoglie pietosamente sia quando tradisce, sia quando ama. Sia quando somiglia al cielo, sia quando si insozza di fango. Siamo nient’altro che questo: un impasto e un’anima vacillante che cerca ragioni al mistero di esistere. E che s’interroga tra coltri pesanti, indrappate di porpore piegose e vane, come tutto ciò che deve finire. Il rapporto tra giustizia divina e giustizia umana è il campo di questa ricerca. Di questo oscillare tra opposti come la naca di un neonato. Di questa lacrima che rivola sugli occhi quando la notte si spande sulla nostra soltudine e noi siamo qui , chiedendoci - ancora una volta - perchè.

 

Lo stile paratattico è un’eredità della poesia, addolcita da un senso del ritmo molto forte che precede la mia scrittura. Io avverto lo scrivere come un battito del cuore. Un tamburo che tonfa tocchi concitati e pesanti. Uno scampanio di chiesa madre o monastero che schiocca come frusta nel cielo. La stessa Francisca sceglie le paolemiserere miserere miserere” senza neanche sapere che sono un’invocazione disperata di tregua. Di sosta all’incessante incalzare della lama. Le sceglie perchè può ripeterle assecondando il proprio respiro da animale braccato, la rotolante assuefazione al proprio corpo, al fluire del sangue nelle vene. Credo che pause del respiro e punteggiatura debbano annodarsi. E che quando lo sterno, e i polmoni, e il pressare delle costole in me sentano che la corsa sta per finire, ecco, io allora debba mettere un punto.

 

Uno degli aspetti più forti del romanzo. L’incapacità di fare una scelta. Di assumersi una responsabilità. La ricerca dell’identità è infatti fortemente ancorata a un percorso responsabile. Il personaggio a cui è affidato questo ruolo è il Pilosa. Ama e non ama, vuole e non vuole, sceglie e si ritrae. Non va mai a fondo. E’ ammaliato dal suono del miserere di Francisca ma non ha la forza per andare oltre l’apparenza. Se lo facesse potrebbe vedere che non ha bisogno di cercare la bellezza. Che l’ha già trovata. Il suo tradimento non è quindi del cuore. Ma della volontà.

 

Mi sono spesso sentita inadatta all’epoca in cui vivo. E l’ho spesso percepita come troppo avanzata rispetto a me, a una voce che sin da bambina ho sentito risuonare antica, lenta, non armonica rispetto a quella degli altri. Per questo ho scritto spesso le mie storie nel passato. Per costruirmi un tempo adatto ai miei battiti interiori.

 

Il viaggio è quello che facciamo dentro. Quello che trasforma. Ma nella vita, nelle circostanze mutevoli e cangianti, nel mattino che si leva, nella notte che ritorna, non compiamo un viaggio. Siamo viandanti. Esuli. Lo straniero è colui che fiuta un sentiero ma non lo sente suo. E’ il cercatore di destini. Del proprio destino prima di tutto. Sa che ciò che è alle spalle si incarica di suggerirci promesse. Ma al tempo stesso conosce - ormai - la vita. Sa. Sa della sua fragilità barbagliante, della sua incertezza, degli ori con cui veste gli inganni e dei pretesti con cui copre la verità. Specie quando vive in società barocche e malferme accroccate su rituali e visioni, in cui l’ultimo si dimena invisibile accanto al primo, e il primo si foggia di vesti e parvenze, di urli vanitosi e tronfi, che celano il vuoto. Ecco. Fino a che punto essere viandanti dipende da noi? Fino a che punto la messinscena di una società senza fantasia e senza cuore ci disarma? C’è un legame segreto e necessario tra l’infelicità che semina un dominatore, un capo di stato, un regnante, un uomo senza amore, e la strada che si perde, la luna che tramonta su albe incestuose, che danno solo l’illusione di rinascere? Io credo di sì. Io vedo nel disagio di chi non ha pace, la responsabilità di tutti.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

"Ora è notte. Oltre la finestra a croce, in purissimo azzurro, oltre un fantastico candido lenzuolo, teso ai fili eterni della Storia implacabile, scorgo, ed è silenzio, ferma la stella e le mura incrollabili di Gerusalemme d'oro..." (Elio Fiore)

 

 

 

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